20) Horkheimer-Adorno. Critica all'illuminismo.
Horkheimer e Adorno accusano l'illuminismo di essere totalitario,
perch identifica il pensiero con la matematica, considera che il
progresso sia qualcosa di deciso in anticipo, rinuncia alla
teoresi in nome della prassi.
M. Horkheimer- Th. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo (pagine
360-361).

 Poich l'illuminismo  totalitario pi di qualunque sistema. Non
in ci che gli hanno sempre rimproverato i suoi nemici romantici -
metodo analitico, riduzione agli elementi, riflessione dissolvente
-  la sua falsit, ma in ci che per esso il processo  deciso in
anticipo. Quando, nell'operare matematico, l'ignoto diventa
l'incognita di un'equazione,  gi bollato come arcinoto prima
ancora che ne venga determinato il valore.
 [...].
 Ci che appare un trionfo della razionalit soggettiva, la
sottomissione di tutto ci che  al formalismo logico,  pagato
con la docile sottomissione della ragione a ci che  dato
senz'altro. Comprendere il dato come tale, non limitarsi a
leggere, nei dati, le loro astratte relazioni spaziotemporali, per
cui si possono prendere e maneggiare, ma intenderli invece come la
superficie, come momenti mediati del concetto, che si adempiono
solo nell'esplicazione del loro significato sociale, storico e
umano - ogni pretesa della conoscenza viene abbandonata. Poich
essa non consiste solo nella percezione, nella classificazione e
nel calcolo, ma proprio nella negazione determinante di ci che 
via via immediato. Mentre il formalismo matematico, che ha per
mezzo il numero, la forma pi astratta dell'immediato, fissa il
pensiero alla pura immediatezza. Si d ragione a ci che  di
fatto, la conoscenza si limita alla sua ripetizione, il pensiero
si riduce a tautologia. Quanto pi l'apparato teorico si
asservisce tutto ci che , e tanto pi ciecamente si limita a
riprodurlo. Cos l'illuminismo ricade nella mitologia da cui non
ha mai saputo liberarsi. Poich la mitologia aveva riprodotto come
verit, nelle sue configurazioni, l'essenza dell'esistente (ciclo,
destino, dominio del mondo), e abdicato alla speranza. Nella
pregnanza dell'immagine mitica, come nella chiarezza della formula
scientifica,  confermata l'eternit di ci che  di fatto, e la
bruta realt  proclamata il significato che essa occlude. Il
mondo come gigantesco giudizio analitico, il solo rimasto di tutti
i sogni della scienza,  dello stesso stampo del mito cosmico, che
associava al ratto di Persefone la vicenda della primavera e
dell'autunno. L'unicit dell'evento mitico, che dovrebbe
legittimare quello di fatto,  un inganno. In origine il ratto
della dea faceva immediatamente tutt'uno col morire della natura.
Esso si ripeteva ad ogni autunno, e anche la ripetizione non era
una serie di eventi separati, ma ogni volta lo stesso.
Consolidandosi la coscienza del tempo, l'evento fu relegato nel
passato come unico, e si cerc di placare ritualmente - mediante
il ricorso a ci che era accaduto da lunghissima pezza - l'orrore
della morte ad ogni ciclo stagionale. Ma la separazione 
impotente. Una volta posto quel passato unico, il ciclo assume il
carattere dell'inevitabile, e l'orrore promana dall'antico
sull'intero accadere come sulla sua ripetizione pura e semplice.
La sussunzione di ci che  di fatto, vuoi sotto la preistoria
favolosa, vuoi sotto il formalismo matematico, la relazione
simbolica dell'attuale all'evento mitico nel rito o alla categoria
astratta nella scienza, fa apparire il nuovo come predeterminato,
che  cos - in realt - il vecchio. Senza speranza non  la
realt, ma il sapere che - nel simbolo fantastico o matematico -
si appropria la realt come schema e cos la perpetua.
Nel mondo illuminato la mitologia  penetrata e trapassata nel
profano. La realt completamente epurata dai demoni e dai loro
ultimi rampolli concettuali, assume, nella sua naturalezza tirata
a lucido, il carattere numinoso che la preistoria assegnava ai
demoni. Sotto l'etichetta dei fatti bruti l'ingiustizia sociale da
cui essi nascono  consacrata, oggi, non meno sicuramente, come
qualcosa di immutabile in eterno, quanto era sacrosanto e
intoccabile lo stregone sotto la protezione dei suoi di.
L'estraniazione degli uomini dagli oggetti dominati non  il solo
prezzo pagato per il dominio: con la reificazione dello spirito
sono stati stregati anche i rapporti interni fra gli uomini, anche
quelli di ognuno con se stesso. Il singolo si riduce a un nodo o
crocevia di reazioni e comportamenti convenzionali che si
attendono praticamente da lui. L'animismo aveva vivificato le
cose; l'industrialismo reifica le anime. L'apparato economico dota
automaticamente, prima ancora della pianificazione totale, le
merci dei valori che decidono del comportamento degli uomini.
Attraverso le innumerevoli agenzie della produzione di massa e
della sua cultura, i modi obbligati di condotta sono inculcati al
singolo come i soli naturali, decorosi e ragionevoli. Egli si
determina pi solo come una cosa, come elemento statistico, come
success or failure. Il suo criterio  l'autoconservazione,
l'adeguazione riuscita o no all'oggettivit della sua funzione e
ai moduli che le sono fissati. Tutto il resto, idea o criminalit,
apprende la forza del collettivo, che fa buona guardia dalla
scuola al sindacato. Ma anche il collettivo minaccioso  solo una
superficie fallace dietro cui si nascondono i poteri che ne
manipolano la violenza. La sua brutalit, che tiene il singolo a
posto, rappresenta altrettanto poco la vera qualit degli uomini
come il valore quella degli oggetti di consumo. L'aspetto
satanicamente deformato che le cose e gli uomini hanno assunto
alla luce chiara della conoscenza spregiudicata, rinvia al
dominio, al principio che oper gi la specificazione del mana
negli spiriti e nelle divinit e che invischiava lo sguardo nei
miraggi degli stregoni.
M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo,
Einaudi, Torino, 1974, pagine 33-37.
